L’amicizia nell’era di Facebook

Cosa vuol dire essere amici?

 

Nell’era di Facebook cliccare su una foto di una persona che conosciamo magari solo di vista. Per i ragazzi, per molti davvero, è scambiarsi i vestiti, è mandare video e MMS sul telefono. Questo. E poco altro direi. Non per cattiveria, non per ignoranza. Credo che il problema sia che questa domanda che a me è arrivata così nel cuore ancora non sia stata custodita da molte persone. Avere amici nel senso pieno è davvero quel poter morire per loro e sacrificare il proprio tempo e i propri progetti. E per questo pochi sono gli amici veri. Già in partenza. Amici sono coloro che hanno idee così diverse da noi che ci chiediamo come possiamo aver intrecciato un così bel rapporto e come potremmo fare senza le loro idee. Amico è chi si fa venti minuti a piedi per venire da te e chi sente che il tuo sorriso è aria, è sole per qualsiasi giornata. Colui con cui parli o non parli perché tanto il silenzio è ricco di emozioni e sensazioni. Amico vorrei dire che è quella persona che ti ha conosciuto sotto tanti aspetti, punti di vista e che ama ogni tuo modo di essere e non si stancherà mai di scoprirti diverso. Perché c’è anche uno sguardo strano, inquieto, ambiguo di chi ti vorrebbe diverso o come lui, e in quell’incrociarsi subitaneo provi amarezza e incertezza. Amicizia non è, parliamoci chiaro, quel concetto strano propugnatoci dalla televisione. Condivisione di uomini, sesso, fallimenti, follie, scambi..Solo un gran minestrone.Amico è colui che parla per se stesso senza sentirsi portatore delle opinioni altrui. Amico è chi cerca di astenersi dal giudicare pur esprimendo i propri dubbi e paure. Un amico, mi sembra così evidente, è chi mette l’anima a fare i favori che tu gli domandi e non viene mai a domandarti il conto perché è semplicemente giusto così. E lasciatemi dire che un vero sincero buon amico chiede scusa e sta male se ti vede stare male. Una parola può cambiare il corso delle cose e ripristinare ciò che si è interrotto. Basta avere il coraggio di pronunciarla.

 a.d.s.

L’aborto sipegato a mia figlia

È questo il titolo di un articolo di Luciano Giustini che riporta quanto segue:

“Che cosa avviene quando si rimane incinte? [...] arriviamo subito all’impianto nell’utero [...] In quel momento inizia la produzione di un ormone (la gonadotropina corionica) che è presente nell’organismo solo in questa occasione. Nell’utero l’ovulo è circondato da una sacca piena d’acqua, completamente chiusa. E’ collegato per mezzo di un cordone, il cordone ombelicale, alla placenta, a sua volta collegata alla madre. La placenta serve per nutrire il feto.
Apparentemente sembra tutta una cosa che fa la madre: crea le condizioni perché si sviluppi l’embrione, produce nutrienti, ecc. Quindi in buona sostanza, potrebbe essere ragionevole ritenere che qualora la madre decida di non voler sostenere una gravidanza, ne abbia piena facoltà.
Ora, osserviamo invece l’evento da un’altra angolazione: se noi togliamo il nutriente ad un embrione, cosa succede? Muore. Se noi continuiamo a dare nutrimento all’embrione cosa succede? Cresce. Autonomamente. [...] a lui serve soltanto avere da mangiare, perché lui, di fatto, ha già tutto il patrimonio genetico. Immaginate che per assurdo noi prendessimo un embrione e lo togliessimo da lì, nutrendolo: beh quello crescerebbe esattamente come prima. Cioè non è la madre che lo fa crescere bello e bravo, bensì il nutrimento.
Ora, cos’è quella cosa che se gli togli nutrimento muore e se gli dai nutrimento vive, indipendentemente da tutto il resto? Una vita completa, e completamente determinata.
[...] è questa forma di vita completa, che ha bisogno di cibo e di un ambiente confortevole per crescere, paragonabile ad una forma di vita sviluppata e visibile anche senza bisogno di un microscopio?”
[Luciano Giustini, www.lucianogiustini.org/blog]

Mi ha fatto riflettere. Ho sempre pensato che l’aborto fosse una forma di omicidio (a qualsiasi settimana di gravidanza esso venga praticato) ma non mi sono mai sentita di denigrare chi lo sceglieva.

Quando ho scoperto di avere una vita in grembo ero già abbastanza avanti come periodo gestazionale. Ho sentito più volte alcune amiche e conoscenti dirmi che ‘non l’avrebbero tenuto’, data la mia giovane età. Ma nè a me nè a mio marito è mai venuto in mente di interrompere la gravidanza. Non facevo altro che rispondere che la vita è vita, che nella pancia avevo comunque una persona e che io non avevo il diritto di decidere per la vita o la morte di nessuna persona. 

Giustini non è un medico, ma il suo articolo sipiga in modo abbastanza chiaro perchè la vita è vita fin dalla fecondazione. Consiglio di andare sul suo blog e leggere per intero l’articolo.

Ora la mia bimba è nata e ha quasi 18 mesi. E la mia risposta è un po’ cambiata: la vita non è semplicemente vita. La vita è un miracolo. E lo vedo tutti i giorni nei suoi occhi.

Solo un dubbio mi rimane sempre: se mi avessero detto, che per una qualche particolare patologia, se avessi portato a termine la gravidanza non sarei sopravissuta, cosa avrei fatto?

e.c.

I debiti vanno sempre saldati

Tra pochi giorni migliaia di studenti torneranno sui banchi di scuola. E tra preoccupazioni e polemiche, questo rientro sarà accompagnato da alcune delle novità annunciate dal ministro Gelmini.

Tra queste, intressanti sono le novità relative alle norme sugli esami di stato: “potranno essere ammessi agli esami di maturità solo coloro che avranno riportato una valutazione positiva in tutte le materie e che abbiano saldato tutti i debiti pregressi” (così scrive Repubblica.it di questa mattina). Beh…curioso.

Da un lato condivido questa decisione.
Se ripenso alla mia maturità (2004) ricordo solo una brutta delusione nel vedere compagni, che durante l’anno si erano impegnati molto meno di me e con debiti trascinatisi per 5 anni, superare l’esame con una votazione magari poco inferiore della mia. Che senso hanno gli sforzi di studenti volenterosi, se per altri è stato sufficiente studiare un mese prima della maturità per vedersi promosso e senza debiti?!

Condivido la riforma del ministro: niente debiti per essere ammessi alla maturità. Si fa qualche sforzo e si cercano di colmare le proprie mancanze. Altrimenti si rischia rischia di portarsi dietro in eterno le proprie lacune. E in un’Italia del 2008 rivolta sempre all’Europa, non ci si può permettere di avere diplomati che non sanno neanche chi ha scritto la Divina Commedia. Ma d’altronde non me ne stupirei, siamo sempre stati un passo indietro rispetto ai colleghi europei.

Elly

Attenzione: treno in transito sul binario 2

Non l’avrei mai detto, anzi, non ci avrei scommesso un euro, tempo fa.
Adolescente introspettiva e un po’ enigmatica, vagamente cinica verso i discotecari rintronati della domenica mattina. Prima. Assorbita nei pensieri sul destino delle  cose. Un tempo. Mi sono sempre persa nell’attimo, nella sua incredibile impalpabilità. Ma ora le cose sono mutate ( non scendiamo mai negli stessi fiumi, si diceva qualche millennio fa ).

Questi giorni novembrini sono ora una pagina dopo l’altra che viene girata, letta, passata, con un’agenda di impegni stile manageriale.
Tempo per i pasti: cronometrato.
Tempo per lo studio: calcolato nei dettagli.
Tempo per gli amici : rosicchiato qua e là nel week-end.
Tempo per la lettura: definitivamente annullato ( eccetto i tomazzi enciclopedici dell’università).
E quella scarica adrenalinica che pervade ogni momento per riuscire a cavarmela con i programmi e gli impegni non è tanto diversa da quella di un post-sabato notte. E così la stanchezza che ne segue.

Mi domando: eliminando le colpe personali, l’incapacità di rinuncia, sottraendo ciò che di proprio pugno rende le giornate così fitte e corte, non rimane di fondo quel vuoto che tanto vedevo prima oltre il mio naso? Resta un silenzio oltre la confusione della strada, oltre la voce di tutte le persone incontrate, oltre me stessa. Il silenzio di chi perde l’arguzia di scendere dal tram veloce che ti accompagna nella vita solita e di fare due passi a piedi. Come il mondo vuole, come io mi voglio. Non ci vuole proprio tanto a capire che il tempo si porta via le emozioni più intense, lascia che si rincorrano nuove speranze senza dar modo di prendere le briciole delle giornate e riporle in un cassetto.

Una fantastica cioccolata con un’amica che non vedevo da un po’ ha saputo un pomeriggio riportarmi alle mie piccole certezze. Una preghiera, una canzone, una sola. Eppure nel restante corso dei giorni dopo l’attimo riprende la tentazione di rientrare nel tumultuoso corso del fiume, di sentire i propri passi veloci sul marciapiede, come quelli di chiunque altro. Per non correre il rischio di perdersi niente. Treno in corsa. Forse è semplicemente l’eco di ciò che con malizia il nostro tempo ci chiede, ci propone, ci impone, tra due rapidi stacchi pubblicitari. Io mi sento così: passeggera di un Rapido che non fa soste. Ma in fondo credo anche che un album di viaggio che si rispetti debba contenere le foto dei momenti più impagabili . Accorgersi di una vita che c’è , di altre che sono e aspettano di essere colte nella loro totale ineffabilità, nel loro mistero. Non ho mai desiderato pienamente di essere come il mondo mi vuole.

Quindi sarà bene prima o poi che mi decida a cambiare perlomeno il corso delle mie cose. E se sarà necessario, suonerò per la prima fermata, per assicurarmi di non perdermi nessuna bella tappa nel viaggio, salutando con leggerezza chi ha deciso di restare sul veloce mezzo in corsa.

a.d.s.